SUCCESSIONE NECESSARIA E SISTEMA DELLA C.D. “QUOTA MOBILE”: OSSERVAZIONI SULLA “CRISTALLIZZAZIONE DELLA QUOTA”

testamento

SUCCESSIONE NECESSARIA E SISTEMA DELLA C.D. “QUOTA MOBILE”: OSSERVAZIONI SULLA “CRISTALLIZZAZIONE DELLA QUOTA”
(Maggio 2016)

Nell’ ambito del fenomeno successorio, la successione necessaria viene inquadrata, secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalenti, come successione legittima potenziata: essa, al pari della successione legittima, trova il suo titolo costitutivo nella legge ed il suo fondamento nella tutela della famiglia; tuttavia, si definisce “potenziata” perché le relative disposizioni prevalgono sull’ eventuale volontà contraria del testatore, mentre la disciplina della successione legittima si applica solo in assenza, totale o parziale, di una diversa volontà del testatore.

L’art. 536 cod. civ. individua le categorie di legittimari o “eredi necessari”, ovvero “le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti della successione”.
Il coniuge, i discendenti e, qualora manchino questi ultimi, gli ascendenti del de cuius, all’apertura della successione, acquistano il diritto ad una quota –quota legittima o riserva- del patrimonio del defunto, calcolata sul relictum, ovvero quanto lasciato in successione (al netto dei debiti ereditari) più il donatum, ovvero i beni usciti dal patrimonio del defunto per effetto di donazioni inter vivos.

È importante precisare che gli stessi soggetti indicati dall’art. 536 cod. civ. sono, insieme con altri soggetti, previsti anche come successibili legittimi dall’art. 565 cod. civ.: non si tratta, evidentemente, di una duplicazione perché la qualifica di legittimario acquista la sua rilevanza solo quando la successione legittima (che ha ad oggetto solo il relictum, non anche il donatum), non è sufficiente ad attribuirgli quanto gli spetta. In altri termini, se un soggetto muore senza testamento e senza aver fatto donazioni in vita, la qualifica di legittimario della moglie e dei due figli superstiti non rileva perché essi succederanno ab intestato, come eredi legittimi, ed otterranno un terzo ciascuno sul patrimonio relitto ex art. 581 cod. civ., dunque una quota maggiore della quota di legittima ad essi spettante come legittimari (un quarto ciascuno ai sensi dell’art. 542, 2 comma c.c.).

La misura della riserva, nel nostro ordinamento giuridico, è stabilita con il sistema della mobilità della quota o c.d. quota mobile: si tratta di un criterio di determinazione della quota di riserva spettante a ciascuna categoria di legittimari che prevede la modifica di essa nel caso di concorrenza con altri aventi diritto considerati per numero o per categoria.
Il codice del 1942 ha superato l’opposto sistema della quota “fissa” in base al quale i figli legittimi, indipendentemente dal loro numero, avevano diritto alla quota di metà del patrimonio del de cuius.
La quota mobile ha diverse applicazioni nel nostro codice: all’art. 537 c.c., per il quale se il de cuius lascia un solo figlio, a questi spetta metà del patrimonio, mentre se i figli sono più, a loro è riservata la quota di due terzi da dividere in parti uguali; ancora l’art. 542 c.c. relativo al concorso tra coniuge e figli del de cuius, prevede che se il coniuge concorre con un solo figlio, sia il coniuge che i figli avranno diritto ad una riserva pari ad un terzo del patrimonio; se, invece, il coniuge concorre con più di un figlio, ai figli spetterà la metà del patrimonio (da dividersi in parti uguali tra loro) mentre al coniuge spetterà la quota di riserva di un quarto.

Ciò premesso, sono controversi gli effetti sulle altre quote di riserva, nell’ ipotesi in cui il legittimario rinunzi all’eredità ed, al contempo, non operi la rappresentazione in favore dei suoi discendenti prevista dall’art. 536 comma 3 c.c . Al riguardo, si sono avvicendate diverse teorie.

Tesi dell’accrescimento
La dottrina e la giurisprudenza meno recenti, sul presupposto che debba farsi riferimento alla situazione concreta (e non teorica) degli eredi legittimi che effettivamente concorrono alla ripartizione dell’asse ereditario all’apertura della successione – le norme sulla legittima si riferiscono ai figli “lasciati” dal de cuius, non a quelli che hanno “accettato” (artt. 537, 542 c.c.)-, ritenevano che, in caso di rinunzia all’ eredità, la quota del rinunciante si accrescesse a quella degli altri accettanti. Questa tesi applica alla successione necessaria il fenomeno dell’accrescimento: dalla natura di “successione legittima potenziata” di essa ne discenderebbe, infatti, l’applicabilità dell’art. 522 c.c., che prevede l’accrescimento della quota del rinunciante a favore di coloro che avrebbero concorso con lui.
Tale tesi è stata criticata sotto diversi profili: anzitutto, la ratio della disciplina sulla successione legittima che non potrebbe non considerare i soggetti venuti alla successione; inoltre, l’art. 522 c.c. sarebbe applicabile solo alla successione legittima e non anche alla successione necessaria (quest’ultima sarebbe tertium genus di successione); infine, quello dell’art. 522 c.c. non sarebbe vero e proprio accrescimento (che presuppone una chiamata solidale) ma solo “un’espansione” delle quote compiuta dal legislatore in considerazione della volontaria estraneità del designato alla successione.
Sul piano pratico, l’accoglimento di questa tesi comporta, tra l’altro, le seguenti implicazioni: nel caso di accettazione da parte di uno solo di due figli e rinunzia da parte dell’altro, ai fini della riduzione delle donazioni lesive, la quota da tutelare sarebbe l’intera porzione riservata ai figli del de cuius (2/3) e non solo la quota di 1/3 che spetterebbe al fratello accettante se dividesse con l’altro fratello.

Tesi del Ricalcolo (tesi prevalente fino al 2006’)
Altra parte della dottrina e della giurisprudenza ha, invece, sostenuto la tesi del c.d. ricalcolo, ovvero dell’espansione della quota in favore dei legittimari non rinuncianti in quanto, ai sensi dell’art. 521 c.c., il legittimario rinunziante non deve essere calcolato tra i legittimari successibili poiché è la norma stessa a considerarlo come se “non fosse mai stato chiamato” all’eredità. I sostenitori di questa tesi giustificano il tenore letterale delle norme sulla successione necessaria (“legittimari lasciati”) nel senso che esse farebbero riferimento alla situazione concretamente determinatasi a seguito delle vicende successorie; in tal senso ad esempio, l’art. 538 c.c. sulla riserva degli ascendenti, si applicherebbe sia per l’ipotesi di mancanza vera e propria di discendenti che per l’ipotesi di rinunzia all’eredità da parte degli stessi.
L’unico caso in cui potrebbe verificarsi l’accrescimento secondo tale teoria è l’ipotesi di istituzione ereditaria per testamento dei discendenti nelle quote di riserva e successiva rinunzia da parte di uno di essi; in tal caso, la quota rinunziata si accrescerebbe al discendente accettante.

Tesi della “Cristallizzazione delle Quote”
La Suprema Corte a sezioni unite, con le sentenze “gemelle” nn. 13429 e 13524 del 2006’, ha effettuato un revirement rispetto ai precedenti orientamenti, enunciando la tesi della c.d. cristallizzazione delle quote di riserva: la quota di legittima che è riservata dalla legge non può essere modificata dalla rinuncia di altri eredi.
Secondo la S.C., stante il tenore letterale delle norme in tema di successione necessaria, si deduce che, ai fini della quota di riserva, si debba fare riferimento alla situazione esistente all’apertura della successione. Inoltre, non sono applicabili gli artt. 521 e 522 c.c., in quanto l’effetto retroattivo della rinunzia di uno dei chiamati ed il conseguente accrescimento in favore degli accettanti trovano una spiegazione logica nell’ambito della successione legittima poiché, diversamente, non si conoscerebbe la sorte della quota del rinunciante. Nella successione necessaria, invece, tale esigenza manca, dal momento che non vi è incertezza su chi debba beneficiare del patrimonio ereditario, essendovi disposizioni a favore di soggetti legatari, donatari ed eredi. Pertanto, saranno tali soggetti a beneficiare della mancata adizione del legittimario.
Applicando questa tesi all’art. 538 c.c., sopra richiamato, ne consegue che: in caso di rinunzia di tutti i discendenti, nessun diritto sorgerà a favore degli ascendenti; non si può ipotizzare né un accrescimento né un ricalcolo che consenta agli ascendenti di far valere una quota.

È opportuno precisare che il caso di specie oggetto delle sentenze della S.C. riguardava non direttamente l’ipotesi della rinunzia all’eredità da parte del legittimario bensí quella del decorso del termine prescrizionale decennale per l’esercizio dell’azione di riduzione (assimilato dalla Corte alla rinunzia all’azione di riduzione da parte del legittimario). Il legislatore avrebbe considerato iniquo il fatto che il de cuius disponga dell’intero patrimonio a favore di estranei, in presenza di parenti prossimi, ma non anche il fatto che, ove detti parenti rinunzino all’eredità, il patrimonio resti a favore di terzi beneficiari. Se un legittimario non intenda avvantaggiarsi della propria quota, ciò non significa che gli altri legittimari debbano avere maggiori diritti; la rinunzia all’eredità dovrà piuttosto avvantaggiare la libertà di disposizione del de cuius, incrementando la porzione disponibile, ovvero quella parte di patrimonio di cui il egli può liberamente disporre senza ledere i diritti dei legittimari.

La dottrina, in sede di prima interpretazione, ha ritenuto che queste sentenze rappresentassero la fine del sistema della c.d. quota mobile. Tuttavia, a parere di chi scrive ed in adesione alla dottrina maggioritaria, è opportuno distinguere due differenti ipotesi: rinunzia all’eredità e rinunzia all’azione di riduzione.
Si tratta di due fattispecie completamente autonome ad eccezione del fatto che chi rinunzia all’eredità rinunzia anche ad ogni suo diritto di legittimario; la rinunzia all’azione di riduzione è un negozio abdicativo del diritto potestativo di agire in riduzione e non importa rinunzia all’eredità devoluta per legge o per testamento (es. testamento scoperto il giorno dopo la rinunzia). La rinunzia all’azione di riduzione determina in capo al legittimario la perdita della possibilità di far valere la sua posizione in danno di coloro che hanno ricevuto attribuzioni sulla disponibile, mentre egli mantiene astrattamente la sua posizione. Questi effetti possono estendersi alla prescrizione ed a tutte le ipotesi di “perdita” del rimedio della riduzione, non essendo esse idonee a rendere il legittimario “estraneo” alla successione.
Pertanto, la tesi della cristallizzazione della quota può essere estesa ad ogni altra ipotesi di mancata adizione dei diritti riservati da parte di un legittimario. Ciò significa che, in presenza di due figli, all’unico figlio che agisca in riduzione dopo la rinunzia alla riduzione dell’altro, spetterà la quota di 1/3 del patrimonio, andando il terzo “abbandonato” a consolidare gli atti dispositivi compiuti dal defunto in eccesso rispetto alla disponibile.
Al contrario, la suddetta tesi non può e non deve essere estesa all’ipotesi di rinunzia all’eredità: il legittimario rinunziante in questo caso è escluso dal calcolo della legittima e, pertanto, il figlio che agisca in riduzione potrà effettivamente chiedere un incremento alla metà della propria quota di legittima ex art. 537 comma 1 c.c..

In conclusione, Le SS. UU. esprimono evidentemente esigenze di carattere pratico e di politica legislativa nei principi appena enunciati, dal momento che la cristallizzazione al momento della morte consente di evitare che perduri uno stato di incertezza relativo alla quota di riserva per eventi che potranno essere solo posteriori a tale momento, con implicazioni evidenti anche in termini di circolazione dei beni. La Suprema Corte, infatti, spostando l’angolo visuale dalla tutela dei legittimari ad ogni costo alla libera determinazione del de cuius, pone al primo posto l’esigenza di quest’ultimo di sapere con certezza di quale parte del suo patrimonio può disporre.
L’eccessivo potenziamento dei diritti dei legittimari costituirebbe un ulteriore freno alla libera circolazione dei beni – rappresentato nella fattispecie da un incremento della quota disponibile – in netta controtendenza agli attuali sforzi legislativi.

a cura di Carolina Chianese

SUCCESSIONE NECESSARIA E SISTEMA DELLA C.D. “QUOTA MOBILE”: OSSERVAZIONI SULLA “CRISTALLIZZAZIONE DELLA QUOTA”
(Maggio 2016)

Nell’ ambito del fenomeno successorio, la successione necessaria viene inquadrata, secondo la dottrina e la giurisprudenza prevalenti, come successione legittima potenziata: essa, al pari della successione legittima, trova il suo titolo costitutivo nella legge ed il suo fondamento nella tutela della famiglia; tuttavia, si definisce “potenziata” perché le relative disposizioni prevalgono sull’ eventuale volontà contraria del testatore, mentre la disciplina della successione legittima si applica solo in assenza, totale o parziale, di una diversa volontà del testatore.

L’art. 536 cod. civ. individua le categorie di legittimari o “eredi necessari”, ovvero “le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti della successione”.
Il coniuge, i discendenti e, qualora manchino questi ultimi, gli ascendenti del de cuius, all’apertura della successione, acquistano il diritto ad una quota –quota legittima o riserva- del patrimonio del defunto, calcolata sul relictum, ovvero quanto lasciato in successione (al netto dei debiti ereditari) più il donatum, ovvero i beni usciti dal patrimonio del defunto per effetto di donazioni inter vivos.

È importante precisare che gli stessi soggetti indicati dall’art. 536 cod. civ. sono, insieme con altri soggetti, previsti anche come successibili legittimi dall’art. 565 cod. civ.: non si tratta, evidentemente, di una duplicazione perché la qualifica di legittimario acquista la sua rilevanza solo quando la successione legittima (che ha ad oggetto solo il relictum, non anche il donatum), non è sufficiente ad attribuirgli quanto gli spetta. In altri termini, se un soggetto muore senza testamento e senza aver fatto donazioni in vita, la qualifica di legittimario della moglie e dei due figli superstiti non rileva perché essi succederanno ab intestato, come eredi legittimi, ed otterranno un terzo ciascuno sul patrimonio relitto ex art. 581 cod. civ., dunque una quota maggiore della quota di legittima ad essi spettante come legittimari (un quarto ciascuno ai sensi dell’art. 542, 2 comma c.c.).

La misura della riserva, nel nostro ordinamento giuridico, è stabilita con il sistema della mobilità della quota o c.d. quota mobile: si tratta di un criterio di determinazione della quota di riserva spettante a ciascuna categoria di legittimari che prevede la modifica di essa nel caso di concorrenza con altri aventi diritto considerati per numero o per categoria.
Il codice del 1942 ha superato l’opposto sistema della quota “fissa” in base al quale i figli legittimi, indipendentemente dal loro numero, avevano diritto alla quota di metà del patrimonio del de cuius.
La quota mobile ha diverse applicazioni nel nostro codice: all’art. 537 c.c., per il quale se il de cuius lascia un solo figlio, a questi spetta metà del patrimonio, mentre se i figli sono più, a loro è riservata la quota di due terzi da dividere in parti uguali; ancora l’art. 542 c.c. relativo al concorso tra coniuge e figli del de cuius, prevede che se il coniuge concorre con un solo figlio, sia il coniuge che i figli avranno diritto ad una riserva pari ad un terzo del patrimonio; se, invece, il coniuge concorre con più di un figlio, ai figli spetterà la metà del patrimonio (da dividersi in parti uguali tra loro) mentre al coniuge spetterà la quota di riserva di un quarto.

Ciò premesso, sono controversi gli effetti sulle altre quote di riserva, nell’ ipotesi in cui il legittimario rinunzi all’eredità ed, al contempo, non operi la rappresentazione in favore dei suoi discendenti prevista dall’art. 536 comma 3 c.c . Al riguardo, si sono avvicendate diverse teorie.

Tesi dell’accrescimento
La dottrina e la giurisprudenza meno recenti, sul presupposto che debba farsi riferimento alla situazione concreta (e non teorica) degli eredi legittimi che effettivamente concorrono alla ripartizione dell’asse ereditario all’apertura della successione – le norme sulla legittima si riferiscono ai figli “lasciati” dal de cuius, non a quelli che hanno “accettato” (artt. 537, 542 c.c.)-, ritenevano che, in caso di rinunzia all’ eredità, la quota del rinunciante si accrescesse a quella degli altri accettanti. Questa tesi applica alla successione necessaria il fenomeno dell’accrescimento: dalla natura di “successione legittima potenziata” di essa ne discenderebbe, infatti, l’applicabilità dell’art. 522 c.c., che prevede l’accrescimento della quota del rinunciante a favore di coloro che avrebbero concorso con lui.
Tale tesi è stata criticata sotto diversi profili: anzitutto, la ratio della disciplina sulla successione legittima che non potrebbe non considerare i soggetti venuti alla successione; inoltre, l’art. 522 c.c. sarebbe applicabile solo alla successione legittima e non anche alla successione necessaria (quest’ultima sarebbe tertium genus di successione); infine, quello dell’art. 522 c.c. non sarebbe vero e proprio accrescimento (che presuppone una chiamata solidale) ma solo “un’espansione” delle quote compiuta dal legislatore in considerazione della volontaria estraneità del designato alla successione.
Sul piano pratico, l’accoglimento di questa tesi comporta, tra l’altro, le seguenti implicazioni: nel caso di accettazione da parte di uno solo di due figli e rinunzia da parte dell’altro, ai fini della riduzione delle donazioni lesive, la quota da tutelare sarebbe l’intera porzione riservata ai figli del de cuius (2/3) e non solo la quota di 1/3 che spetterebbe al fratello accettante se dividesse con l’altro fratello.

Tesi del Ricalcolo (tesi prevalente fino al 2006’)
Altra parte della dottrina e della giurisprudenza ha, invece, sostenuto la tesi del c.d. ricalcolo, ovvero dell’espansione della quota in favore dei legittimari non rinuncianti in quanto, ai sensi dell’art. 521 c.c., il legittimario rinunziante non deve essere calcolato tra i legittimari successibili poiché è la norma stessa a considerarlo come se “non fosse mai stato chiamato” all’eredità. I sostenitori di questa tesi giustificano il tenore letterale delle norme sulla successione necessaria (“legittimari lasciati”) nel senso che esse farebbero riferimento alla situazione concretamente determinatasi a seguito delle vicende successorie; in tal senso ad esempio, l’art. 538 c.c. sulla riserva degli ascendenti, si applicherebbe sia per l’ipotesi di mancanza vera e propria di discendenti che per l’ipotesi di rinunzia all’eredità da parte degli stessi.
L’unico caso in cui potrebbe verificarsi l’accrescimento secondo tale teoria è l’ipotesi di istituzione ereditaria per testamento dei discendenti nelle quote di riserva e successiva rinunzia da parte di uno di essi; in tal caso, la quota rinunziata si accrescerebbe al discendente accettante.

Tesi della “Cristallizzazione delle Quote”
La Suprema Corte a sezioni unite, con le sentenze “gemelle” nn. 13429 e 13524 del 2006’, ha effettuato un revirement rispetto ai precedenti orientamenti, enunciando la tesi della c.d. cristallizzazione delle quote di riserva: la quota di legittima che è riservata dalla legge non può essere modificata dalla rinuncia di altri eredi.
Secondo la S.C., stante il tenore letterale delle norme in tema di successione necessaria, si deduce che, ai fini della quota di riserva, si debba fare riferimento alla situazione esistente all’apertura della successione. Inoltre, non sono applicabili gli artt. 521 e 522 c.c., in quanto l’effetto retroattivo della rinunzia di uno dei chiamati ed il conseguente accrescimento in favore degli accettanti trovano una spiegazione logica nell’ambito della successione legittima poiché, diversamente, non si conoscerebbe la sorte della quota del rinunciante. Nella successione necessaria, invece, tale esigenza manca, dal momento che non vi è incertezza su chi debba beneficiare del patrimonio ereditario, essendovi disposizioni a favore di soggetti legatari, donatari ed eredi. Pertanto, saranno tali soggetti a beneficiare della mancata adizione del legittimario.
Applicando questa tesi all’art. 538 c.c., sopra richiamato, ne consegue che: in caso di rinunzia di tutti i discendenti, nessun diritto sorgerà a favore degli ascendenti; non si può ipotizzare né un accrescimento né un ricalcolo che consenta agli ascendenti di far valere una quota.

È opportuno precisare che il caso di specie oggetto delle sentenze della S.C. riguardava non direttamente l’ipotesi della rinunzia all’eredità da parte del legittimario bensí quella del decorso del termine prescrizionale decennale per l’esercizio dell’azione di riduzione (assimilato dalla Corte alla rinunzia all’azione di riduzione da parte del legittimario). Il legislatore avrebbe considerato iniquo il fatto che il de cuius disponga dell’intero patrimonio a favore di estranei, in presenza di parenti prossimi, ma non anche il fatto che, ove detti parenti rinunzino all’eredità, il patrimonio resti a favore di terzi beneficiari. Se un legittimario non intenda avvantaggiarsi della propria quota, ciò non significa che gli altri legittimari debbano avere maggiori diritti; la rinunzia all’eredità dovrà piuttosto avvantaggiare la libertà di disposizione del de cuius, incrementando la porzione disponibile, ovvero quella parte di patrimonio di cui il egli può liberamente disporre senza ledere i diritti dei legittimari.

La dottrina, in sede di prima interpretazione, ha ritenuto che queste sentenze rappresentassero la fine del sistema della c.d. quota mobile. Tuttavia, a parere di chi scrive ed in adesione alla dottrina maggioritaria, è opportuno distinguere due differenti ipotesi: rinunzia all’eredità e rinunzia all’azione di riduzione.
Si tratta di due fattispecie completamente autonome ad eccezione del fatto che chi rinunzia all’eredità rinunzia anche ad ogni suo diritto di legittimario; la rinunzia all’azione di riduzione è un negozio abdicativo del diritto potestativo di agire in riduzione e non importa rinunzia all’eredità devoluta per legge o per testamento (es. testamento scoperto il giorno dopo la rinunzia). La rinunzia all’azione di riduzione determina in capo al legittimario la perdita della possibilità di far valere la sua posizione in danno di coloro che hanno ricevuto attribuzioni sulla disponibile, mentre egli mantiene astrattamente la sua posizione. Questi effetti possono estendersi alla prescrizione ed a tutte le ipotesi di “perdita” del rimedio della riduzione, non essendo esse idonee a rendere il legittimario “estraneo” alla successione.
Pertanto, la tesi della cristallizzazione della quota può essere estesa ad ogni altra ipotesi di mancata adizione dei diritti riservati da parte di un legittimario. Ciò significa che, in presenza di due figli, all’unico figlio che agisca in riduzione dopo la rinunzia alla riduzione dell’altro, spetterà la quota di 1/3 del patrimonio, andando il terzo “abbandonato” a consolidare gli atti dispositivi compiuti dal defunto in eccesso rispetto alla disponibile.
Al contrario, la suddetta tesi non può e non deve essere estesa all’ipotesi di rinunzia all’eredità: il legittimario rinunziante in questo caso è escluso dal calcolo della legittima e, pertanto, il figlio che agisca in riduzione potrà effettivamente chiedere un incremento alla metà della propria quota di legittima ex art. 537 comma 1 c.c..

In conclusione, Le SS. UU. esprimono evidentemente esigenze di carattere pratico e di politica legislativa nei principi appena enunciati, dal momento che la cristallizzazione al momento della morte consente di evitare che perduri uno stato di incertezza relativo alla quota di riserva per eventi che potranno essere solo posteriori a tale momento, con implicazioni evidenti anche in termini di circolazione dei beni. La Suprema Corte, infatti, spostando l’angolo visuale dalla tutela dei legittimari ad ogni costo alla libera determinazione del de cuius, pone al primo posto l’esigenza di quest’ultimo di sapere con certezza di quale parte del suo patrimonio può disporre.
L’eccessivo potenziamento dei diritti dei legittimari costituirebbe un ulteriore freno alla libera circolazione dei beni – rappresentato nella fattispecie da un incremento della quota disponibile – in netta controtendenza agli attuali sforzi legislativi.

a cura di Carolina Chianese