SPUNTI DI RIFLESSIONE SULLA CONDIZIONE CONTRATTUALE

LEGITTIMITÁ DI ALCUNE FATTISPECIE PARTICOLARI
INQUADRAMENTO SISTEMATICO

La normativa di derivazione comunitaria, sempre più incisiva – invadente nel diritto interno, introduce una nuova metodologia interpretativa in base alla quale il legislatore fissa “la disciplina applicabile” svalutando le categorie come modelli ordinanti.
Anche la condizione, oggi, va studiata verificando l’applicabilità della disciplina dettata dal legislatore, secondo i criteri di gradualità e compatibilità a tutte quelle situazioni che determinano conseguenze riconducibili al modello condizionale.
Se noi partiamo da una non definizione rigida e schematica, prescindendo da una adesione totale per cui o siamo nel modello condizionale o ci poniamo in una completa estraneità allo stesso, vediamo che il centro della fattispecie è rappresentato dalla gradualità sulle specifiche situazioni al fine di una idonea regolazione degli accordi voluti dalle parti. In tal modo riusciamo ad utilizzare la disciplina della condizione come strumento lecito e duttile in grado di regolare situazioni di “incertezza” programmate dalle parti, esaltando il principio cardine della autonomia negoziale (FALZEA-BARBERO-RUBINO).
La condizione fa entrare, per volontà delle parti, il “motivo” fra i requisiti del negozio giuridico, “motivo”che è escluso come elemento essenziale del contratto ex art.1325 c.c., articolo che espressamente individua i requisiti fondamentali del contratto stesso.
Alla luce di questa nuova “metodologia interpretativa” la dottrina ha centrato la sua attenzione sulla particolarità di alcune “condizioni” e sulla loro apponibilità ai negozi giuridici, partendo dalla individuazione della terminologia condizionale.
La condizione, a seconda del contesto, può riferirsi:
A) all’evento condizionante;
B) alla clausola condizionale inserita nel contratto.
Qui approfondiamo brevemente tramite alcune fattispecie, di non chiaro inquadramento, aspetti particolari e condivisibili del fatto condizionante, caratterizzato dall’incertezza e dalla futurità dell’evento, secondo nuove frontiere interpretative prospettate dalla dottrina.

LA CONDIZIONE IMPROPRIA
Può succedere che le parti deducano in condizione eventi già verificatisi temporalmente, ma il cui accadimento è ignoto o non certo alle parti.
Sicuramente non manca il requisito della incertezza soggettiva dovuto alla non conoscenza del fatto, ma altrettanto sicuramente manca la “collocazione nel futuro dell’evento condizionante”.
Il problema generale su cui si dibatte è rappresentato dalle caratteristiche degli elementi del contratto, caratteristiche che possono essere qualificate “ontologicamente” perciò che sono in sé, oppure “programmaticamente” per la funzione che le parti le attribuiscono nell’adozione del regolamento negoziale. Il dilemma si pone, quindi, tra “certezza delle oggettività” ed autonomia negoziale delle parti che attribuiscono “oggettiva non conoscenza” di determinati eventi.
Il tutto si ripercuote sulla potenzialità di ricondurre questa fattispecie nell’ambito del modello condizionale tipico, assicurandole la stessa valenza e gli stessi effetti.
La chiave di lettura più recente e per noi più convincente esclude una ricostruzione meccanicistica del fenomeno, ponendo al centro dell’evento condizionante non il “fatto” ma la “verifica del atto”, quindi il suo accertamento (vedi per es .La vendita a prova ex art.1521 c.c. ove la legge “presume” la sussistenza di determinate qualità equiparandole ad una “condizione sospensiva”).
In tale prospettiva si svaluta l’oggettiva collocazione temporale dell’evento condizionante e rileva esclusivamente la rappresentazione che i contraenti hanno assunto dell’evento stesso: la futurità è riferita all’accertamento di un fatto già accaduto, ma non conosciuto dalle parti.
Seguendo questo “inquadramento sistematico” che,nell’ambito della condizione, individua l’elemento fondamentale sulla incertezza, sicuramente possiamo legittimare la“condizione impropria” nel suo aspetto della futurità soggettiva al fine di un voluto assetto negoziale individuato dalle parti, assetto che impone la selezione degli interessi in gioco mediante il modello condizionale.

LA CONDIZIONE UNILATERALE
Molto si è scritto in tema di condizione unilaterale ma,il vero nodo del problema, come vedremo, non è rappresentato dall’ammissibilità contrattuale di tale fattispecie,quanto dal logico collegato della rinunzia alla stessa.
È dottrina prevalente, ormai, che la clausola condizionale può rispondere all’ interesse anche di una sola parte del contratto: tutto si incentra sulla “funzione di avveramento” che, per espressa previsione normativa, sanziona il comportamento di una delle parti e fa riferimento all’interesse contrario della altra parte. È difficile che la condizione apposta ad un contratto coincida con l’ “interesse” di entrambe le parti: è la volontà di entrambe le parti, nella sua espressione tipica, che rende “condizionato” il contratto, non l’interesse.
È altrettanto consolidato l’orientamento che non è necessaria una espressa previsione di unilateralità, essendo sufficiente che vi siano idonei argomenti interpretativi.
La parte,nel cui interesse è apposta la condizione unilaterale, può rinunziare alla stessa,in modo da rendere “puro” il contratto.
La dottrina si è divisa sull’inquadramento giuridico della rinuncia, inquadramento di grande importanza soprattutto se e perché finalizzato alla definizione dei rapporti con i terzi: laddove si optasse (dottrina prevalente) per la riconduzione della condizione unilaterale nell’ambito della condizione tipica, la rinuncia dovrebbe operare anche nei confronti dei terzi interessati allo svolgimento del rapporto contrattuale (cessione a terzi del contratto condizionato unilateralmente).
L’espletamento della rinunzia (di cui la dottrina ancora discute tra libertà della forma (MAGGI-SICA) e forma per relationem (DOGLIOTTI-VILLAMI) rende il contratto puro fin dall’origine e deve essere annotato a margine della trascrizione dell’atto condizionato.

LA CONDIZIONE PARZIALE
Per espressa previsione normativa ( art.1353c.c.: “o di un singolo patto”) la condizione può incidere solo sulla pattuizione singola contenuta in un contratto (condizionamento parziale),in modo da rendere il negozio più funzionale alla effettiva volontà delle parti. In tal caso si parla di “elasticità degli effetti”, che esalta l’autonomia negoziale delle parti nella selezione degli effetti di singole clausole ovviamente non legate da vincolo sinallagmatico: nel produrre una pluralità di effetti le parti scelgono che alcune pattuizioni del contratto siano condizionate (contratto “atipicamente misto”, in parte puro e in parte condizionato).
Ovviamente la singola pattuizione, per essere condizionata, deve essere dotata di una specifica rilevanza causale tale da determinare un’autosufficienza propria. Trattasi, comunque, di una clausola accessoria, che regola interessi aggiuntivi rispetto all’assetto principale e caratterizzante del contratto; se la condizione va apposta ad una pattuizione essenziale per la stessa configurazione del contratto, rientreremmo nell’ambito del contratto condizionato tipico e non in quello della condizione parziale.
Alla luce di quanto affermato, autorevole dottrina e giurisprudenza quasi costante affermano che molto spesso la condizione parziale, di sottoporre a condizione l’obbligazione principale di una sola delle parti, può conferire al contratto un netto profilo di aleatorietà, non essendo bilanciato il rapporto tra prestazione e controprestazione: questo tipo particolare di condizione parziale comporterebbe la mutazione della causa del negozio giuridico da contratto a prestazioni corrispettive in contratto aleatorio, in cui una delle parti potrebbe essere sollevata, in virtù dell’evento condizione, dall’adempimento della sua obbligazione. Quest’ultima ipotesi lascia ancora spazio a notevoli dubbi interpretativi: la possibilità che un elemento, per inquadramento sistematico e per definizione “accidentale”, possa alterare la causa propria/tipica di un negozio giuridico.
Gennaro Fiordiliso

LEGITTIMITÁ DI ALCUNE FATTISPECIE PARTICOLARI
INQUADRAMENTO SISTEMATICO

La normativa di derivazione comunitaria, sempre più incisiva – invadente nel diritto interno, introduce una nuova metodologia interpretativa in base alla quale il legislatore fissa “la disciplina applicabile” svalutando le categorie come modelli ordinanti.
Anche la condizione, oggi, va studiata verificando l’applicabilità della disciplina dettata dal legislatore, secondo i criteri di gradualità e compatibilità a tutte quelle situazioni che determinano conseguenze riconducibili al modello condizionale.
Se noi partiamo da una non definizione rigida e schematica, prescindendo da una adesione totale per cui o siamo nel modello condizionale o ci poniamo in una completa estraneità allo stesso, vediamo che il centro della fattispecie è rappresentato dalla gradualità sulle specifiche situazioni al fine di una idonea regolazione degli accordi voluti dalle parti. In tal modo riusciamo ad utilizzare la disciplina della condizione come strumento lecito e duttile in grado di regolare situazioni di “incertezza” programmate dalle parti, esaltando il principio cardine della autonomia negoziale (FALZEA-BARBERO-RUBINO).
La condizione fa entrare, per volontà delle parti, il “motivo” fra i requisiti del negozio giuridico, “motivo”che è escluso come elemento essenziale del contratto ex art.1325 c.c., articolo che espressamente individua i requisiti fondamentali del contratto stesso.
Alla luce di questa nuova “metodologia interpretativa” la dottrina ha centrato la sua attenzione sulla particolarità di alcune “condizioni” e sulla loro apponibilità ai negozi giuridici, partendo dalla individuazione della terminologia condizionale.
La condizione, a seconda del contesto, può riferirsi:
A) all’evento condizionante;
B) alla clausola condizionale inserita nel contratto.
Qui approfondiamo brevemente tramite alcune fattispecie, di non chiaro inquadramento, aspetti particolari e condivisibili del fatto condizionante, caratterizzato dall’incertezza e dalla futurità dell’evento, secondo nuove frontiere interpretative prospettate dalla dottrina.

LA CONDIZIONE IMPROPRIA
Può succedere che le parti deducano in condizione eventi già verificatisi temporalmente, ma il cui accadimento è ignoto o non certo alle parti.
Sicuramente non manca il requisito della incertezza soggettiva dovuto alla non conoscenza del fatto, ma altrettanto sicuramente manca la “collocazione nel futuro dell’evento condizionante”.
Il problema generale su cui si dibatte è rappresentato dalle caratteristiche degli elementi del contratto, caratteristiche che possono essere qualificate “ontologicamente” perciò che sono in sé, oppure “programmaticamente” per la funzione che le parti le attribuiscono nell’adozione del regolamento negoziale. Il dilemma si pone, quindi, tra “certezza delle oggettività” ed autonomia negoziale delle parti che attribuiscono “oggettiva non conoscenza” di determinati eventi.
Il tutto si ripercuote sulla potenzialità di ricondurre questa fattispecie nell’ambito del modello condizionale tipico, assicurandole la stessa valenza e gli stessi effetti.
La chiave di lettura più recente e per noi più convincente esclude una ricostruzione meccanicistica del fenomeno, ponendo al centro dell’evento condizionante non il “fatto” ma la “verifica del atto”, quindi il suo accertamento (vedi per es .La vendita a prova ex art.1521 c.c. ove la legge “presume” la sussistenza di determinate qualità equiparandole ad una “condizione sospensiva”).
In tale prospettiva si svaluta l’oggettiva collocazione temporale dell’evento condizionante e rileva esclusivamente la rappresentazione che i contraenti hanno assunto dell’evento stesso: la futurità è riferita all’accertamento di un fatto già accaduto, ma non conosciuto dalle parti.
Seguendo questo “inquadramento sistematico” che,nell’ambito della condizione, individua l’elemento fondamentale sulla incertezza, sicuramente possiamo legittimare la“condizione impropria” nel suo aspetto della futurità soggettiva al fine di un voluto assetto negoziale individuato dalle parti, assetto che impone la selezione degli interessi in gioco mediante il modello condizionale.

LA CONDIZIONE UNILATERALE
Molto si è scritto in tema di condizione unilaterale ma,il vero nodo del problema, come vedremo, non è rappresentato dall’ammissibilità contrattuale di tale fattispecie,quanto dal logico collegato della rinunzia alla stessa.
È dottrina prevalente, ormai, che la clausola condizionale può rispondere all’ interesse anche di una sola parte del contratto: tutto si incentra sulla “funzione di avveramento” che, per espressa previsione normativa, sanziona il comportamento di una delle parti e fa riferimento all’interesse contrario della altra parte. È difficile che la condizione apposta ad un contratto coincida con l’ “interesse” di entrambe le parti: è la volontà di entrambe le parti, nella sua espressione tipica, che rende “condizionato” il contratto, non l’interesse.
È altrettanto consolidato l’orientamento che non è necessaria una espressa previsione di unilateralità, essendo sufficiente che vi siano idonei argomenti interpretativi.
La parte,nel cui interesse è apposta la condizione unilaterale, può rinunziare alla stessa,in modo da rendere “puro” il contratto.
La dottrina si è divisa sull’inquadramento giuridico della rinuncia, inquadramento di grande importanza soprattutto se e perché finalizzato alla definizione dei rapporti con i terzi: laddove si optasse (dottrina prevalente) per la riconduzione della condizione unilaterale nell’ambito della condizione tipica, la rinuncia dovrebbe operare anche nei confronti dei terzi interessati allo svolgimento del rapporto contrattuale (cessione a terzi del contratto condizionato unilateralmente).
L’espletamento della rinunzia (di cui la dottrina ancora discute tra libertà della forma (MAGGI-SICA) e forma per relationem (DOGLIOTTI-VILLAMI) rende il contratto puro fin dall’origine e deve essere annotato a margine della trascrizione dell’atto condizionato.

LA CONDIZIONE PARZIALE
Per espressa previsione normativa ( art.1353c.c.: “o di un singolo patto”) la condizione può incidere solo sulla pattuizione singola contenuta in un contratto (condizionamento parziale),in modo da rendere il negozio più funzionale alla effettiva volontà delle parti. In tal caso si parla di “elasticità degli effetti”, che esalta l’autonomia negoziale delle parti nella selezione degli effetti di singole clausole ovviamente non legate da vincolo sinallagmatico: nel produrre una pluralità di effetti le parti scelgono che alcune pattuizioni del contratto siano condizionate (contratto “atipicamente misto”, in parte puro e in parte condizionato).
Ovviamente la singola pattuizione, per essere condizionata, deve essere dotata di una specifica rilevanza causale tale da determinare un’autosufficienza propria. Trattasi, comunque, di una clausola accessoria, che regola interessi aggiuntivi rispetto all’assetto principale e caratterizzante del contratto; se la condizione va apposta ad una pattuizione essenziale per la stessa configurazione del contratto, rientreremmo nell’ambito del contratto condizionato tipico e non in quello della condizione parziale.
Alla luce di quanto affermato, autorevole dottrina e giurisprudenza quasi costante affermano che molto spesso la condizione parziale, di sottoporre a condizione l’obbligazione principale di una sola delle parti, può conferire al contratto un netto profilo di aleatorietà, non essendo bilanciato il rapporto tra prestazione e controprestazione: questo tipo particolare di condizione parziale comporterebbe la mutazione della causa del negozio giuridico da contratto a prestazioni corrispettive in contratto aleatorio, in cui una delle parti potrebbe essere sollevata, in virtù dell’evento condizione, dall’adempimento della sua obbligazione. Quest’ultima ipotesi lascia ancora spazio a notevoli dubbi interpretativi: la possibilità che un elemento, per inquadramento sistematico e per definizione “accidentale”, possa alterare la causa propria/tipica di un negozio giuridico.
Gennaro Fiordiliso